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Data la mancanza di documenti da cui si possa trarre con assoluta certezza
la data di edificazione del Castello di Avellino e della fondazione del
nucleo originale di Avellino, occorre procedere per "gradi", basandosi
su eventi storici e su dati tratti da libri di Autori scrupolosi nelle loro
ricerche e, perciò, attendibili.
In tal modo, la ricostruzione effettuata, se controvertibile, sarà verosimile ed assai vicina alla realtà degli eventi passati.
Onde fornire un chiaro contesto che faccia comprendere bene le origini del Castello di Avellino, dovremo ripetere in parte ed integrare alcune cose già riportate nelle pagine dedicate alla storia di Avellino.
L'elemento da cui occorre partire è senz'altro l'assai anomala posizione occupata dal Castello: una struttura difensiva veniva realizzata, di solito, in un posto strategico difficilmente attaccabile, quindi, in cima ad una collina, a guardia di una valle, di un valico, di un importante fiume, di un sito strategico, e così via. Tali elementi sono del tutto assenti nel caso del Castello di Avellino, che al contrario, sembra fatto apposta per agevolare un eventuale attacco nemico, collocato com'è in posizione infossata, chiusa ad ovest dalla Collina "La Terra" ed ai lati nord e sud da due dorsali, che si prolungano verso Atripalda.
Un sito più ovvio, anzi, guardandosi attorno, l'unico sito dove sarebbe stato logico edificare in quella zona un fortilizio difensivo, sarebbe stato rappresentato dalla collina del Duomo, la Collina "La Terra".
Se ne deduce che il Castello dovette essere edificato in quel posto, non potendosi collocare nel sito "naturale", in quanto già occupato da abitazioni di persone precedentemente fuggite da Abellinum, probabilmente aggregatesi a tappe successive, ed in numero variabile, attorno alla primitiva Chiesa di S. Maria (su cui sorse il Duomo).
La prima conclusione che possiamo trarre, quindi, è che il Castello dovette sorgere per proteggere da vicino, l'aggregato di case già esistente, da possibili invasioni provenienti da oriente, cioè da Benevento o dalla Puglia o dalla Lucania, e per la posizione in cui si trova anche da Capua, Nocera o Salerno, cosa del resto già sottolineata da Giovanni Rotondi nella prima metà del XX secolo, nel suo volumetto dedicato al Castello di Avellino reperibile presso la Biblioteca Provinciale (Sez. Prov. MISC C 2434).
Ma, chiediamoci, quando sorse Avellino, cioè quando si consolidò l'aggregato di costruzioni sulla Collina "La Terra"?
Sicuramente a seguito della distruzione di Abellinum. Ora, tale nefasto evento, nel 1910, venne ascritto da C. E. Volley ai Visigoti, al tempo della seconda spedizione di Alarico (410). Tuttavia, Abellinum sicuramente sopravvisse a tale evento ed a altri ad esso successivi. Infatti, come ricordò Francesco Scandone nella sua "Storia di Avellino", i Visigoti di Alarico, "dopo aver tentato invano l'assedio di Nola, dilagarono per la Campania. Giù per Capua-Rhegium, senza affrontare l'asprezza della montuosa Irpinia". Anzi, lo stesso Scandone sottolineò che, Abellinum, continuò ad esistere non solo fino alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476), come dimostravano delle epigrafi che riportavano le date consolari del 442, 445 e del 464, ma anzi, "neppure durante le prime dominazioni barbariche il ricordo della città venne offuscato". Ed infatti, con la dominazione ostrogota, durante il regno di Teodorico (493-525) "Abellinum conservò le sue antiche tradizioni", tanto che il Vescovo Timoteo prese parte nel 499 al Sinodo generale di Roma. La sopravvivenza nel periodo ostrogoto è testimoniata anche dalle date del 505 e del 526 su alcune lapidi a cui si fa riferimento a suoi cittadini appartenenti al ceto "principale" ed a quello degli "ottimati primarii".
Agli Ostrogoti subentrarono i Bizantini, impadronitisi di tutta l'Italia peninsulare nel 539, ma probabilmente già padroni di Abellinum nel 536, al tempo della prima spedizione di Belisario. Ed a questo periodo della prima dominazione bizantina risale l'epigrafe che fa riferimento alla morte di Iohanni, risalente al 541 e che si trova sulla parete interna del Campanile della Chiesa di S. Maria della Neve, la Chiesa Parrocchiale di Aiello del Sabato, antico Casale di Atripalda. Si tratta di Iohanni(cius), che Francesco Scandone ritenne Vescovo di Avellino dal 520 al 541, mentre la Diocesi di Avellino lo considera un semplice prete.
L'asprezza della guerra bizantino-gotica, narrata dallo storico bizantino Procopius, nel suo "Bellum gothicum", originò la distruzione delle fortificazioni di Abellinum, visto che il Re goto Totila, per impedirne l'uso da parte dei Bizantini, lasciò nella penisola due sole città fortificate, Napoli e Cuma, con pochi castelli senza importanza. Quindi, nel 542, si dovette verificare una prima fuga di Abellinates. Parliamo di fuga e non di abbandono totale di Abellimum confortati da una lapide dell'anno 543, rinvenuta ad Atripalda, dove si legge:
"HIC REQVIESCIT GEMMA
QVE VIXIT ANNIS PLUS MINVSVE XXXV. DEPOSITA
KALENDAS AVGVSTAS POST CONSULATUM BASILI VIRI CLARISSIMI" .
Nel 552, i Bizantini di Narsete uccisero prima Totila e poi il suo sucessore Teia, mentre l'anno successivo, nel 553, ebbero definitivamente la meglio sulle ultime sacche di resistenza ostrogote, che si erano asserragliate nel Castello di Compsa. Al periodo della seconda dominazione bizantina, che terminò nel 570, risalgono le ultime epigrafi di Abellinum, che riportano le date consolari del 553 e del 558.
La mancanza di documenti e monumenti relativi ai secoli successivi, fa solitamente dedurre la fine di Abellinum che sarebbe stata decretata dalla successiva invasione, operata dai Longobardi nel 571: "La città stessa, rimasta priva di abitanti, parte uccisi, parte dispersi dai nuovi, più feroci invasori, cadde presto in rovina". E tale posizione sarebbe suffragata dal fatto che solo verso la metà del IX secolo, in Cronache o altri documenti si scrisse nuovamente di "Abellinum", ma facendosi riferimento al nuovo nucleo medioevale, cioè ad Avellino, facendo ipotizzare, perciò, ormai la pregressa e compiuta fine di Abellinum.
Tuttavia, Giovanni Rotondi nel suo "Storia del Castello di Avellino", riproposto su Internet da Cirignano Florindo, proponendo l'interpretazione "a contrario" degli eventi già citati, sostenne che i Longobardi non avrebbero avuto convenienza a distruggere Abellinum, che era un centro importante che avrebbe loro permesso un buon acquartieramento, di usufruire di un gettito fiscale, usufruendo, al tempo stesso, di un centro intermedio tra Benevento e Salerno, importante sia dal punto di vista commerciale, sia dal punto di vista delle comunicazioni, che da quello militare. Interesse dei Longobardi, perciò, sarebbe stato quello di rafforzare Abellinum e non di annientarlo.
Per suffragare la sua posizione il Rotondi, innanzitutto, tese a sminuire l'importanza dell'interruzione all'anno 541 della serie dei Vescovi di Abellinum, ricordando che tale fu la sorte di ben altre novanta Diocesi italiane, compresa quella beneventana. Anzi, a ben vedere, proprio la mancanza di un Vescovo che esortasse alla resistenza, avrebbe favorito l'invasione longobarda, del resto auspicata dalla popolazione, stanca delle vessazioni bizantine, ma anche delle continue guerre, delle carestie, delle pestilenze. Inoltre, la mancanza di lapidi successive all'anno 558, sempre secondo il Rotondi, poteva essere facilmente spiegata da rotture, disperdimenti, ed ancor più dal fatto che i Longobardi, originariamente ostili al Cristianesimo, potrebbero aver impedito, inizialmente, l'uso delle lapidi, fermo restando la possibilità che ulteriori scavi, potrebbero riportare alla luce lapidi posteriori alla data indicata.
Secondo noi, i due argomenti riportati dal Rotondi sono "deboli", mentre sicuramente dovrebbero indurre a maggior riflessione due sue successive considerazioni, cioè l'assenza di una qualche Cronaca che abbia fatto riferimento alla distruzione di Abellinum, che era senz'altro un importante centro e per giunta antico ed il fatto che il "buio storico" su Abellinum cessò, come anticipato nel IX secolo, quando tra l'832 e l'839, Abellinum ebbe come Gastaldo il potentissimo Rotfrid, cognato e Cancelliere del Principe Siccardo di Benevento. E' possibile ipotizzare che tale Rotfrid si sarebbe accontentato della supremazia su di un borghetto nascente, quale doveva essere Avellino? O, invece, tale Abellinum era l'antico centro conquistato dai Longobardi, che perciò doveva essere ancora abitato e non completamente decaduto?
Tuttavia, neanche può dimenticarsi un altro elemento, che, prescindendo dalla eventuale distruzione di Abellinum, ne avrebbe suggerito senz'altro l'abbandono: da un punto di vista difensivo, Abellinum era collocato in posizione infelice, essendo situato in posizione pianeggiante e facilmente conquistabile. Pertanto, distrutta o non distrutta dai Longobardi, Abellinum, sia in seguito alle distruzioni apportate dai Goti di Totila e dai Bizantini, che coll'arrivo dei Longobardi, iniziò a svuotarsi, visto che gli Abellinates cominciarono a disperdersi, dirigendosi verso posizioni più sicure, prescegliendo presumibilmente, almeno in parte, la vicina Collina "La Terra", distante solo tre chilometri. E tale ultimo evento, unitamente alle considerazioni che stiamo per fare, ci consente di datare con una certa approssimazione la data di edificazione del Castello di Avellino.
Per operare tale individuazione, occorre ricordare la fine della decennale contesa tra i Longobardi, decretata nell'849 dall'Imperatore Ludovico II, che sancì la scissione del Principato di Salerno da quello di Benevento. Abellinum venne fatto rientrare nel Principato di Benevento, e trovandosi in prossimità del suo confine meridionale, sicuramente dovette rivestire un'importanza strategica quale sbarramento ad eventuali invasioni. E di invasioni se ne verificarono tante, particolarmente nella seconda metà del IX secolo e nella prima del X secolo. E' naturale pensare ad una popolazione in fuga all'arrivo degli invasori. Il problema è che per far ciò, occorreva l'assenso del Principe Aione, che venne dato, secondo l'Abate Scipione Bellabona, nei suoi "Ragguagli della Città di Avellino", pubblicati nel 1656 (Libro II, pag. 145). Egli dopo un riferimento alle incursioni Saracene ed ai danni patiti da Abellinum, scrisse che " ... per la qual causa, con licenza d'Aione, principe di Benevento, li 887 lasciarono i cittadini d'abitar il primo luogo, e passarono a far gli edifici dove or si vede la città... ". Cosa che confermò alle pagine 137, 141 e 142 ed a pagina 293 del IV libro, indicando come fonte la "Storia dei Longobardi di Benevento", del nobile di Teano e Monaco Cassinese Erchemperto, vissuto verso la fine del IX secolo, e quindi, contemporaneo delle vicende narrate. Tuttavia, e qui nasce il problema, l'Abate Scipione Bellabona, sempre nel Libro II, alla pagina 142, sottolineò come quanto detto non fosse riportato in stampa, ma che, invece, derivava da testo manoscritto. A peggiorare le cose, la notizia fornita, non si ritrova nelle pubblicazioni dell'opera citata (risalenti al Pellegrino nel 1643 e dal Pertz nel 1839).
Pertanto, la data dell'887 quale data di migrazione dei residui abitanti di Abellinum verso Avellino non è sicura, visto che le prime notizie documentalmente certe vennero indicate in un atto notarile dell'891, visibile nella Storia di Avellino (pagina 86) di Francesco Scandone. Tuttavia, la data indicata nella storia manoscritta a cui fece cenno il Bellabona è attendibile ed indica approssimativamente il periodo che stavamo ricercando, ammesso che l'esodo non fosse già stato effettuato in precedenza verso la metà del IX secolo, per l'intensificarsi delle invasioni Saracene e per il frazionamento del vecchio Principato longobardo di Benevento, che aveva reso il nuovo, in cui ricadeva Abellinum, più piccolo e più vulnerabile.
Le date delle invasioni, ricordate dal Rotondi, confermano le ricostruzioni effettuate: dall'849 al 900 da oriente, dal 901 al 915 da occidente, e dal 915 al 950 nuovamente da oriente. Il Castello di Avellino protegge la Collina "La Terra" da oriente, pertanto, la sua edificazione va ascritta o al periodo tra l'849 ed il 900 o tra il 915 e il 950. Ma il secondo periodo è da escludere, visto che nel 900, l'aggregazione della Contea di Capua al Principato di Benevento, aveva fatto venir meno il ruolo difensivo svolto da Avellino nei confronti della prima. Inoltre, nel 915 i Saraceni vennero sconfitti definitivamente.
La conclusione è che il Castello di Avellino venne costruito prima del 900 e che le mura difensive del nucleo originario di Avellino vennero erette verso la fine del IX secolo. Nessun dubbio, infatti, a riguardo deriva dall'episodio di Guaimaro, che avvenne ad Avellino nell'896, in relazione al quale, la Cronaca Salernitana e la Cronaca di S. Benedetto utilizzarono le parole "oppidum Abellinum", ed oppidum è indubbiamente una fortezza. In aggiunta, la Cronaca di S. Benedetto evidenziò come Guido II da Spoleto partì da Benevento, attaccando la città "machinis et diverso oppugnationum apparatu". Sommando i due eventi citati, ne segue che Avellino a quel tempo doveva essere protetto da mura difensive, essendo un "oppidum" assediato da Guido II con macchine da guerra.
Le mura difensive dovettero proteggere tutta la Collina "La Terra", cioè l'area del Duomo fino al percorso rappresentato oggi da Via Umberto I. Occorre tener presente, infatti, che la conformazione originaria della Collina "La Terra", su cui si aggregò il nucleo originario di Avellino, presenta delle differenze rispetto a quella attuale, a causa dei lavori effettuati nel corso dei secoli, come spiegò Giovanni Rotondi nella sua Storia del Castello di Avellino, a cui rimandiamo.
Qui ci limitiamo a riportare che la Collina "La Terra", "quando
sorse Avellino, era, nella sua parte elevata, ben più ampia che non
oggi ... Ed era anche meno alta, come ci attestano il pavimento della chiesa
dei "Sette Dolori" - che è forse la chiesa più antica
della città - e il fatto che nel 1874, nel demolire alcune case per
allargare la "Piazza dell'Ospedale", si scoprì che queste
poggiavano su ruderi di altre che si trovavano ad un livello inferiore.
I tre versanti nord, sud ed est erano nei passati secoli assai ripidi. ....
Anzi il versante est finiva a picco, come si rileva da un'antica stampa,
là dove ora sono le case che affacciano sul "Largo del Castello"
.... E anche il Riocupo ed il Fiumicello, che lambiscono la collina a nord
e a sud, avevano nei passati secoli un maggior volume d'acqua ed erano soggetti
a piene ...".
L'immagine mostra l'attuale scalinata sul lato orientale della Collina che conduce al Castello, per quanto detto, molto meno inclinata che in passato.